Dopo la laurea: occupazione, stipendi e scelte nel Rapporto AlmaLaurea 2026

Che cosa succede dopo la laurea? Quanto tempo serve per trovare lavoro? Il primo lavoro sarà coerente con gli studi, adeguatamente retribuito e capace di offrire possibilità di crescita?

Dopo la laurea: occupazione, stipendi e scelte nel Rapporto AlmaLaurea 2026

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 su Laurea e Occupazione aiuta a rispondere a queste domande attraverso l’analisi dei percorsi di quasi 700 mila persone, intervistate a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento della laurea.

L’occupazione cresce e tende a consolidarsi nel tempo ma la realtà è più complessa di così: avere un lavoro infatti non è uguale ad avere un lavoro coerente con il proprio titolo, stabile o soddisfacente. 

Il tasso di occupazione non è quindi sufficiente per valutare il passaggio dall’università al mercato. Per comprendere davvero che cosa accade dopo la laurea bisogna osservare anche il tipo di contratto, la retribuzione, l’utilizzo delle competenze e la qualità dell’esperienza professionale.

I dati AlmaLaurea possono essere una bussola per interpretare il mercato, definire le proprie priorità e affrontare con maggiore consapevolezza le prime scelte professionali.

A un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è pari all’81,2% per chi possiede una laurea di primo livello e all’80,8% per chi ha una laurea di secondo livello.

Con il passare del tempo, le percentuali aumentano:

Distanza dalla laurea Laurea di primo livello Laurea di secondo livello
Un anno 81,2% 80,8%
Tre anni 89,9% 91,6%
Cinque anni 91,7% 94,4%


Per le lauree di primo livello, AlmaLaurea considera in questa analisi chi non ha proseguito gli studi iscrivendosi a un altro corso di laurea. Il Rapporto comprende inoltre tra le persone occupate anche chi svolge attività formative retribuite, come praticantati, dottorati, scuole di specializzazione e tirocini post-laurea.

Il dato principale è chiaro: la laurea continua a facilitare l’ingresso nel mercato e i risultati migliorano nel medio periodo.

Questo significa anche che il primo anno non determina l’intera carriera. Alcuni percorsi richiedono specializzazioni, abilitazioni o periodi di formazione più lunghi. Altri consentono un ingresso più rapido, che non coincide però necessariamente con la posizione desiderata.

Chi non trova subito il ruolo immaginato non dovrebbe considerare concluso negativamente il proprio percorso. È più utile osservare come ogni esperienza contribuisce a costruire competenze, contatti e una direzione professionale più definita.

A un anno dal titolo, il contratto a tempo indeterminato riguarda il 40,2% delle persone occupate con laurea di primo livello e il 28,7% di quelle con laurea di secondo livello. Sono ancora diffusi il tempo determinato e i contratti formativi, che comprendono anche apprendistati, stage e scuole di specializzazione.

A cinque anni la situazione cambia: il tempo indeterminato raggiunge il 72,8% nel primo livello e il 56,2% nel secondo. Nel secondo gruppo rimangono più presenti anche attività autonome, percorsi di ricerca e forme di specializzazione professionale.

Il primo contratto è solo una fotografia iniziale della propria carriera, non una previsione definitiva.

Un’esperienza temporanea può essere utile quando consente di entrare in un settore, sviluppare competenze richieste o capire quale ruolo sia più adatto. È poco significativa quando propone soltanto attività esecutive, senza affiancamento e senza una direzione riconoscibile.

Prima di accettare una proposta è utile valutare:

  • le attività reali, senza fermarsi al titolo della posizione;
  • le competenze che sarà possibile sviluppare e utilizzare in futuro;
  • la qualità dell’affiancamento e della formazione;
  • le prospettive al termine del contratto, anche quando una stabilizzazione non può essere garantita.

Un primo lavoro non deve necessariamente essere definitivo. Dovrebbe però avere una funzione chiara all’interno del percorso.

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A un anno dal conseguimento del titolo, la retribuzione mensile netta media è pari a 1.491 euro per il primo livello e a 1.495 euro per il secondo livello.

A cinque anni sale a 1.796 euro per il primo livello e a 1.903 euro per il secondo. Il Rapporto precisa però che, tenendo conto dell’inflazione, le retribuzioni reali a un anno risultano in lieve calo rispetto alla rilevazione precedente.

Questi valori sono medie generali. La retribuzione effettiva può cambiare in modo significativo in base al settore, al territorio, alla professione, all’orario e al contratto.

È interessante confrontare i compensi rilevati con le aspettative di chi sta terminando gli studi. Tra le persone laureate nel 2025, il 66,9% dichiara di essere disponibile ad accettare un lavoro a tempo pieno soltanto a partire da 1.500 euro netti al mese. Nel 2016 la stessa quota era il 24,4%.

Conoscere il proprio valore professionale richiede informazioni

Prima di un colloquio è utile conoscere le retribuzioni indicative del settore e del ruolo. Nel valutare una proposta bisogna poi considerare anche benefit, orari, distanza, flessibilità, formazione e prospettive.

Una retribuzione iniziale inferiore a quella desiderata può essere valutata quando l’esperienza offre apprendimento e possibilità concrete di evoluzione. Non dovrebbe invece essere accettata automaticamente sulla base dell’idea che, all’inizio, sia necessario adattarsi a qualsiasi condizione.

Uno dei dati più rilevanti del Rapporto riguarda il disallineamento tra laurea e lavoro.

A un anno dal titolo, il fenomeno interessa il 39,4% delle persone con laurea di primo livello e il 32,5% di quelle con laurea di secondo livello. Significa che il lavoro utilizza poco le competenze acquisite durante gli studi e non richiede formalmente il titolo posseduto. A cinque anni il dato resta stabile per il primo livello, al 39,2%, mentre scende al 25% per il secondo.

Questo è il motivo per cui il tasso di occupazione, da solo, non basta. Una persona può essere occupata ma trovarsi in una posizione distante dal percorso universitario o incapace di valorizzarne pienamente le competenze.

Un lavoro non perfettamente coerente non è però sempre una scelta sbagliata. Può offrire competenze trasferibili, far conoscere un settore nuovo o rappresentare un passaggio verso il ruolo desiderato.

Prima di accettarlo, è utile chiedersi:

  • questa esperienza mi permetterà di sviluppare competenze utili?
  • è una soluzione transitoria o una direzione che potrei voler seguire?
  • esistono possibilità concrete di avvicinarmi al ruolo desiderato?
  • il lavoro valorizza almeno una parte delle mie capacità e dei miei interessi?

Tra le persone laureate nel 2025, il 53,1% accetterebbe un lavoro non attinente agli studi soltanto come soluzione transitoria, mentre il 23,3% lo accetterebbe senza condizioni.

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La retribuzione resta importante, ma non rappresenta l’unico criterio di scelta.

Il 76,4% delle persone laureate nel 2025 considera prioritaria l’acquisizione di professionalità. Seguono la stabilità del posto di lavoro, al 74%, la possibilità di guadagno, al 72,1%, e le opportunità di carriera, al 70,5%.

Cresce anche il peso attribuito alla flessibilità, all’autonomia, al tempo libero, alla qualità delle relazioni e alla possibilità di continuare a formarsi.

Questi dati mostrano che la qualità del lavoro viene valutata attraverso più dimensioni. Un’offerta può essere interessante dal punto di vista economico ma poco sostenibile per orari e distanza. Un’altra può partire da condizioni meno stabili ma offrire formazione, responsabilità e prospettive più solide.

Prima di iniziare la ricerca può essere utile distinguere tra le condizioni indispensabili, gli aspetti sui quali è possibile mediare e quelli che potranno essere costruiti nel tempo. Questa consapevolezza aiuta a leggere meglio gli annunci e a porre domande più precise durante i colloqui.

La laurea rappresenta una base importante, ma non è l’unico elemento attraverso cui un’organizzazione valuta una candidatura.

Il Rapporto evidenzia che chi conosce almeno cinque strumenti informatici ha una probabilità di occupazione a un anno superiore del 18,6% rispetto a chi ne conosce al massimo due, a parità delle altre condizioni considerate.

Anche l’orientamento produce un effetto rilevante: chi ha partecipato con soddisfazione alle iniziative organizzate dall’università presenta una probabilità di occupazione superiore del 10,1%.

Non significa che sia sufficiente accumulare corsi o strumenti digitali. Il punto è riuscire a trasformare ciò che è stato appreso in competenze comprensibili e spendibili.

Per prepararsi alla ricerca è utile:

  • tradurre studi e progetti in competenze concrete, spiegando attività, strumenti e risultati;
  • personalizzare curriculum e candidatura in base alla posizione;
  • rafforzare le competenze digitali, linguistiche e trasversali richieste nel settore;
  • utilizzare orientamento e colloqui per raccogliere informazioni, non soltanto per ottenere una risposta positiva;
  • valutare ogni esperienza in relazione al passo successivo che può rendere possibile.

Una tesi, un progetto universitario, un lavoro svolto durante gli studi o un’attività di volontariato possono dimostrare capacità di analisi, organizzazione, collaborazione e gestione delle responsabilità.

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 conferma che la laurea continua a favorire l’occupazione. Mostra però anche che trovare un lavoro e trovare un lavoro capace di valorizzare il proprio percorso non sono la stessa cosa.

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Il primo lavoro non deve essere perfetto né definitivo. Dovrebbe però permettere di imparare, chiarire la propria direzione e costruire il passo successivo.

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Fonte: XXVIII Rapporto AlmaLaurea 2026 sui Percorsi di laurea e sugli Esiti occupazionali della laurea. I dati hanno carattere generale e possono variare in relazione al percorso di studi, al settore professionale, al territorio e alle caratteristiche individuali.